domenica 19 settembre 2010

Mangia Prega Ama



Oggi sono andata a vedere "Mangia Prega Ama" di Ryan Murphy, con Julia Roberts, James Franco, Javier Bardem. Il film è tratto da una storia vera, la cui protagonista è Elizabeth Gilbert, una scrittrice americana di successo, con una bella casa, un bel marito, ma, a quanto pare, una vita tutt'altro che bella. Liz, a suo dire, ha "perso la gioia di vivere", pertanto pensa bene di fare un viaggio di un anno che abbia come mete l'Italia, l'India e l'Indonesia. Dunque si separa dal marito (non senza sofferenza...gran parte del film è dedicata al conflitto e ai rimorsi interiori della protagonista, che non riesce a perdonarsi di aver divorziato e fatto fallire il suo matrimonio) e, dopo un'avventura con il "mistico" (più giovane di lei) David (James Franco), parte finalmente per il suo viaggio.
Prima tappa: Roma. Primo comandamento: MANGIA! E giù con piatti di succulenti spaghetti al pomodoro e altre prelibatezze che, effettivamente, solo in Italia possiamo mangiare. Alcune inquadrature della capitale sono molto belle, anche se un po'da cartolina (ma il Colosseo rimane la struttura più affascinante che io abbia mai visto!). La casa dove Liz alloggia è in decadenza (il soffitto deve essere sostenuto da alcune impalcature), ma emana il fascino antico e suggestivo delle vecchie abitazioni, le quali sembrano serbare i ricordi preziosi di un tempo antico...A Roma la nostra scrittrice incontra il BELLISSIMO (ma questo è solo il mio modestissimo parere xD) Giovanni (Luca Argentero, che, per l'occasione da piemontese si trasforma in romano, anche se l'accento di Moncalieri si fa sentire, eccome!!), che le fa scoprire i luoghi più belli della città e le insegna a vivere "all'italiana", il che comprende la pratica del "dolce far niente". Ora, "dolce far niente"è un'espressione propria del film. Questo mi fa pensare all'immagine molto, come dire?, lusinghiera che gli americani hanno di noi. Insomma, l'Italia fa sempre la figura dell'obeso, che preferisce un'abbuffata di spaghetti e la nullafacenza totale all'iperattività cronica e stressante dell'America. Sicuramente sono d'accordo con il discorso di Argentero, che nel film critica il ritmo impossibile degli americ
ani, che, com'è detto giustamente, "conoscono l'intrattenimento, ma non il divertimento", ma, cioè, essere perennemente additati come esemplari dell'ozio non è proprio un'immagine edificante. Dato sfogo a questo nanosecondo di patriottismo, passiamo oltre. Per Liz è arrivato il momento di lasciare i colori, le abbuffate italiane (non dimentichiamo la splendida pizza che si mangia a Napoli-a proposito, si accettano inviti per una pizza da "Michele" a Portalba) e gli amici romani (c'è da dire che il GiovanniFrescoArgentero, stranamente, non se la fila la Liz, ma si concentra su una bella svedese), per raggiungere la seconda, silenziosa e mistica meta: Delhi!
Dunque, secondo comanda
mento: PREGA! Elizabeth faticherà molto ad abiituarsi allo stile di vita indiano, così lento, meditativo, silenzioso. Ecco, il termine giusto per definire questa seconda esperienza è SILENZIO. Tant'è vero che Liz incontra una donna che ha fatto il voto del silenzio per quattro settimane. In effetti Liz aspira al silenzio e alla quiete. Ma non ci riesce. E innervosisce (in questo suo tentativo) lo spettatore, che vuole meditare, con gli occhi chiusi e i pollici uniti agli indici, ma si sente letteralmente sommerso dalle parole un po'vuote e ripetitive che la nostra scrittrice scambia con il "saggio di turno" (oddio...non ne ricordo il nome!). Questo saggio, che, con un tatto degno di un elefante imbottito di psicofarmaci in un negozio di cristalli, fa notare ogni nanosecondo a Liz quanto mangi, affibbiandole il soprannome di Mandibola, questo saggio, dicevo, sebbene faccia tanto "il saggio", che dice alla protagonista cosa fare e non fare, come sgombrare la mente e ritrovare se stessa e bla bla bla, in realtà ha anche lui il suo scheletro nell'armadio. Un passato di droghe e alcoldipendenza. Che per poco non ha causato la morte di suo figlio, quando questi aveva otto anni. E quindi lui, "il saggio", si è allontanato dalla famiglia ed è andato in India, anche lui "per ritrovare se stesso" (e il suo cervello, presumibilmente). Certo che tipi così sfigati si incontrano solo al cinema...Comunque, alla fine questo saggio, dopo la sua brava confessione a Liz (manco se questa fosse un prete), pare che ritorni a casa, dal figlio ormai diciottenne. E intanto Elizabeth impara a meditare e pare integrarsi proprio bene tra gli indiani.
Infine, è tempo di ripartire. Ultima meta: Bali. Ultimo comandamento: AMA! Ci si chiede se non sia superfluo imporre a una persona sana di mente un comandamento simile. Soprattutto se uno si trova a Bali (e se non sapete dov'è cercatevelo su Google, e cercatevi pure le foto!) e SOPRATTUTTO se uno si trova insieme a JAVIER BARDEM. Tralasciando il naso un po' "sconnesso" di quest'attore, non mi ero mai accorta di quanto fosse MASCHIO Javier Bardem. Beatissima Penelope Cruz, che se l'è sposato e aspetta anche un figlio da lui. Javier (o Saverio, come mi piace ribattezzarlo), che nel film si chiama Felipe, si innamora sul serio di Liz. E lei, come la deficiente, ci mette un millennio prima di arrendersi a questa bellezza MASCHISSIMA di Felipe. Perchè lei ormai ha ritrovato il suo equilibrio e no, se poi si lascia andare con Saverio lo perde e lei non può mica permettersi di perderlo, perchè poi deve fare un altro giro intorno al mondo, e insomma, la crisi economica c'è per tutti, i soldi mica crescono sugli alberi e VATTELAPESCA, LIZ! Io, se JAVIER BARDEM mi chiedesse di andare in barca con lui per approdare su un'isola deserta e stare lì, insieme a lui solo 5 giorni, non gli lascerei manco il tempo di formulare per intero la sua richiesta!!!
Alla fine, però, pare che Liz, oltre a mantenere il suo ritrovato equilibrio, recupera anche il suo cervello. E trova una parola per decriversi: IMBARCARSI. E sapete con chi lo fa???
Sì! Sì! Proprio con lui! SAVERIO BARDEM! Che invidia, ragazzi!!!
Nel complesso "Mangia Prega Ama" è un film che "si può vedere". Nel senso che se siete giù di morale e avete bisogno di rifarvi gli occhi ci pensano James Franco (che qui è di una frescura che "significar per verba non si poria"-e dopo la citazione di Dante è il caso che io chiuda questo blog), Luca Argentero e Javier Bardem. Il cast non è male, intendendo anche dal punto di vista recitativo: Julia Roberts è intensa, con uno sguardo magnifico, un'espressione superba e anche Javier Bardem è molto bravo, affascinante e simpatico al punto giusto. James Franco un po'inespressivo, probabilmente perchè il suo personaggio non è tra i più simpatici. I dialoghi non sono tra i migliori, la colonna sonora è da segnalare (se non altro perchè è del grandissimo Dario Marianelli, premio Oscar per la colonna sonora di "Espiazione"), qualche inquadratura mozzafiato, molti stereotipi, qualche passaggio che non ho capito (soprattutto quando c'entra "il saggio"). Ma, nel complesso, il film è decente. Se non avete niente di meglio da fare o vedere.

giovedì 2 settembre 2010

I Grandi Classici: storia di un amore fraterno.

Quando frequentavo le Elementari, la mia maestra di italiano ci raccontò della febbre della lettura che l'aveva colta da ragazzina. Ci disse che voleva solo leggere, che aveva così tanta fame di libri, che la mattina faceva tardi a scuola per ultimare la storia che stava leggendo. Quell'aneddoto (non so se vero o inventato) mi è rimasto impresso nella mente, soprattutto perchè anch'io, col passare degli anni, sono stata sempre più divorata dalla febbre della lettura.

La prima volta che ho preso un libro in mano avrò avuto sei anni, giusto l'età in cui (finalmente) viene svelata l'arte del saper leggere. Quel libro ce l'ho ancora: è una raccolta di fiabe indiane, rilegata con una copertina verde e lucida, in cima alla quale c'è scritto (se non sbaglio) "gli zecchini" e sotto ci sono disegnate delle monete d'oro. Poi sono passata ai libri di Gianni Rodari. Papà me li comprava ogni volta che andava a Napoli e a me piacevano tanto: ricordo il libro "Filastrocche per un anno", che ho letto e riletto fino a saperlo a memoria. Le illustrazioni di questa raccolta erano buffe, sembravano fatte da un bambino dell'asilo. I libri di Rodari sono dei capolavori per i piccoli. Ce n'era uno con una storia che parlava di una bambina che, dopo la morte del padre, decide di non crescere più. E così lei, nonostante compia sempre un anno in più, rimane sempre piccola e minuta come una bambina di dieci anni. Ma, a un certo punto, Teresina deve decidere di crescere almeno una spanna, perchè la mamma si ammala, la nonna è troppo vecchia e il fratello troppo piccolo e dunque lei deve badare alla casa. Pian piano Teresina cresce sempre di una spanna, per rendersi sempre più utile, finchè non diventa una gigantessa per sconfiggere un brigante venuto in città. La storiella si chiamava "Teresin che non cresceva"e mi è rimasta fissa nella mente: l'avrò letta duemila volte.

Dopo Rodari, verso gli otto anni, mi decisi a leggere i grandi Classici per ragazzi. E di colpo mi innamorai di tutti i romanzi dell'Ottocento, che ancora oggi mi accompagnano. Forse il primo Classico letto è stato "Senza famiglia", di Hector Malot. Me lo prestò la mia madrina, zia Rosaria. Era un libro con la copertina viola, sulla quale forse era disegnato un bambino. Non ricordo bene, però, di cosa parlasse. Mi pare che il protagonista era un bambino che ne passava di tutti i colori, prima di arrivare all'Happy End. Poi ho letto anche "Senza famiglia" (sempre di Malot): di questo romanzo ricordo solo che fu la prima lettura a farmi versare una lacrima.

Sempre da zia Rosaria mi feci prestare un libro del quale avevo sentito parlare e che mi incuriosiva molto: "David Copperfield". Ora, premettiamo che quella che mi prestò zia era semplicemente un'edizione ridotta, adattata per i bambini, e che solo anni più tardi incontrai il VERO "David Copperfield", che è un tantino in sovrappeso. A parte questo, i miei due incontri con questo romanzo si sono risolti nello stesso modo, cioè con la mia fuga a gambe levate da una storia più tragica di tutto il Ciclo Tebano messo assieme. E non venite a dirmi che "David Copperfield" finisce bene, perchè non basta un happy ending per non decretare David un completo SFIGATO. Spieghiamoci. Questo ragazzino nasce che il padre è già morto, ha una madre incapace (per non dire idiota) e una prozia (zia del fu David Copperfield Senior) che al momento della nascita gli nega ogni protezione o benevolenza (salvo poi smentirsi quando se lo vedrà comparire davanti tutto frusto e sporco, per aver fatto a piedi la strada da Londra a Dover). Dopo un'infanzia relativamente felice, David subisce lo shock del secondo matrimonio della madre con il signor Murdstone, un tizio dalla perfidia indescrivibile, così perfido che al confronto Lucifero è ambasciatore dell'ONU. Quindi Davidlosfigato è mandato in collegio (e qui, manco a dirlo, è tartassato da tutti), poi gli muore la madre, poi deve lavorare per l'azienda del patrigno, poi, proprio per sfuggire al discendente di Lucifero, decide di fare il già citato viaggetto per cercare aiuto presso la zia Betsy, e poi eccetera eccetera, figuratevi le catastrofi più incredibili (tra le quali incontrare Uriah Heep, un individuo che supera anche Murdstone in perfidia) e avete la storia di David Copperfield. Caso strano: da bambina dovevo avere un cuore tenero come il burro, perchè il romanzo non riuscii a finirlo causa "fontana di lacrime" che irrimediabilmente sgrogava dai miei occhi man mano che procedevo con la lettura. E dire che era l'edizione per bambini. Per questo, quando mi mancavano sì e no trenta pagine alla fine, lo mollai. Più tardi, quando presi l'edizione integrale del romanzo di Dickens, lo mollai nuovamente, ma solo perchè dopo cinque righi di lettura praticamente stavo sognando (ma nel senso letterale del termine).

A parte la parentesi Copperfield (che mi ha instillato un odio indefinibile per Dickens), gli altri Classici letti son stati per me dei compagni insostituibili. "Piccole Donne", "Pattini d'Argento", "La piccola Lady", "La piccola principessa", "Il piccolo Lord", "Il giardino segreto", "Il frutteto incantato", "TRE UOMINI IN BARCA" (scoperto grazie alle maestre, che me lo regalarono alla fine delle Elementari) e tanti, tanti altri titoli indimenticabili!

E poi ci siam fatte più grandicelle, quindi ci siamo accostate a Dumas, Pirandello, Zola, Balzac, Dostoevskij, Jane Austen, le sorelle Bronte (tra tutte, la più amata è Charlotte), Hawthorne, Hardy, Edgar Allan Poe....

I grandi Classici sono per me dei fratellli maggiori, dai quali trarre insegnamenti insostituibili, che, per il momento, non ho ancora trovato nei libri più recenti. Ecco perchè mi definisco un po' "conservatrice" per quanto riguarda le mie letture, perchè mi accosto sempre con scetticismo ai romanzi scritti dagli anni '50 ad oggi. Forse perchè ho avuto brutte esperienze (vedi le letture di Moravia -.-" oppure "La solitudine dei numeri primi" di Paolo Giordano -.-""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""). O forse perchè ho avuto un'insegnante di italiano al biennio particolarmente mmm...come dire? "Fissata" con i libri scritti dai tempi preistorici fino a quelli di Pirandello (massimo). Ma forse è perchè, più di qualsiasi altro romanzo, i Grandi Classici hanno sempre qualcosa da dire, in ogni tempo e in ogni luogo.

domenica 22 agosto 2010

Sfogo personale sulla schifezza del Numero Programmato. Dedicato a Vittoria.

A settembre anche io andrò all'università. Per me si apre un nuovo capitolo e, se da un lato provo la curiosità e la gioia di iniziare un percorso così importante, dall'altro, com'è normale, ho sinceramente paura di non riuscire, di non trovarmi bene. A parte questi dubbi, che sono propri di qualsiasi studente neodiplomato, c'è un fatto che mi ha dato modo di riflettere, oltre che sulla mia sfiga, sul sistema universitario in generale e sul modo “singolare”con cui vengono valutati la preparazione e la dedizione allo studio di un ragazzo. Non che io pretenda di conoscere nel profondo come funzioni l'università, nè mi permetto di giudicare la valutazione di persone di gran lunga più competenti di me, tuttavia vorrei esprimere alcuni dubbi a proposito del sistema del “numero programmato”, che, ormai, è sempre più adottato nei nostri atenei. Come sappiamo, alcune facoltà universitarie sono “chiuse”, vale a dire mettono a disposizione degli studenti un tot numero di posti, ai quali è possibile accedere solo se viene superato un test caratterizzato mediamente da un'ottantina di quesiti a scelta multipla, che vertono su diverse discipline. A partire dal 1999, la legge ha stabilito che i corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, Medicina Veterinaria, Odontoiatria e Scienze della Formazione Primaria debbano essere a numero “chiuso”per tutte le università italiane. La stessa legge prevede che, a discrezione dei singoli atenei, è possibile rendere anche altri corsi di laurea a numero programmato. Per cui, progressivamente, questo sistema si è diffuso come i funghi in moltissime università della penisola e ha stabilito uno “sbarramento” soprattutto per i corsi appartenenti all'area scientifica e tecnologica.
Fino a un anno fa, all'Università degli Studi di Napoli Federico II, i corsi di laurea della classe di Biologia (Scienze Biologiche e Biologia Generale e Applicata) erano liberi, anche se era necessario superare un test attitudinale (non vincolante) per verificare le proprie conoscenze in matematica, fisica, chimica e biologia. Se il punteggio ottenuto fosse stato troppo basso, si sarebbero dovuti seguire dei corsi di recupero (oltre a quelli ordinari del corso di laurea) e colmare una sorta di “debito formativo” (sì, questi sistemi assurdi sono diffusi anche all'università!).
Quando sì è saputo che io ho intenzione di intraprendere il percorso di laurea in Biologia, l'ateneo federiciano ha stabilito che dall'anno accademico 2010/2011 le facoltà di Scienze Biologiche e Biologia Generale e Applicata debbano essere a numero programmato. Ecco perchè questa notizia mi ha fatto riflettere sulla mia sfiga abissale, che si è abbattuta su di me proprio nel momento in cui pregustavo una vacanza meritatissima, caratterizzata dalla nullafacenza più pura (a parte la preparazione per l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica, che, comunque, rimane un miraggio).
Ora, io non credo che il sistema del “quizzone” (perchè così dovrebbe essere definito) possa essere valido per valutare se uno studente ha passato la sua vita a scaldare la sedia oppure a inzuppare i libri col sudore della sua fronte. Un test a scelta multipla è, secondo il mio parere perfettamente sindacabile, umiliante e di una profondità pari a quella di una pozzanghera: non sono quattro insulse crocette su dei quadratini a stabilire se io conosco la matematica, la fisica, la chimica, o, peggio ancora, la cultura generale!! Ma che significa “cultura generale”? Io non l'ho mai capito! La cultura di una persona è generale? Si può chiamare “generale” la cultura? La cultura di una persona non è qualcosa sempre in costruzione, che si sviluppa parallelamente alla personalità di un individuo? E la fisica, la chimica, la matematica, la biologia, non fanno parte della cultura? La cultura non può essere generale, perchè, se così fosse, non sarebbe più cultura: sarebbe qualcosa di fisso, rigido, informe, plastificato. Quella che nei test di Medicina e affini viene chiamata “cultura generale”, secondo me, assomiglia molto alle definizioni che ho trovato sulla Settimana Enigmistica qualche giorno fa.
Ma, cultura generale a parte (per fortuna, non è contemplata nel test che devo fare a settembre), sinceramente penso che la preparazione e l'impegno di uno studente debbano essere misurati durante il percorso universitario, mettendo TUTTI in condizione di poter dare il meglio di sè, cosa che assolutamente non credo possa fare un triste quiz a scelta multipla. Non sempre coloro che riescono a superare i test di Medicina e affini sono poi in grado di affrontare la durezza, la fatica che comporta qualsiasi tipo di studi. Diversi entrano perchè hanno avuto fortuna (qualche volta anche a me capita di indovinare la risposta giusta senza sapere niente dell'argomento), altri perchè, magari, sono davvero bravi, altri ancora perchè riescono a dribblare i controlli o copiando, o comunque portando con sè qualcuno che è molto preparato. Ma sono anche tantissimi coloro che hanno una passione vera per quel corso di studi, coloro che profondono un impegno sincero nella preparazione, coloro che costruiscono progressivamente la loro cultura, e NON ENTRANO! Non superano 'sti benedetti test! Perchè? Perchè le anime pure, innocenti, magari anche acerbe, ma così desiderose di faticare, di “buttare il sangue”per qualcosa che amano, spesso sono superate da quelle più forti, o più fortunate. E allora è giusto operare una selezione così dura e meschina a priori, negando la possibilità di provare, di sbagliare e rialzarsi da soli, con le proprie forze, a chi vuole davvero realizzare il suo sogno?
Non dico che una selezione non debba essere fatta: io posso essere innamoratissimo della medicina, ma proprio non sono portato, non riesco a stare al passo, non riesco a sopportare la fatica (con tutta la buona volontà). E allora è bene che abbandoni la strada intrapresa. Ma la cernita non deve essere tale da precludere la possibilità stessa di mettersi in gioco: anche perchè è dimostrato che molti studenti che iniziano i corsi non sempre riescono a seguirli con assiduità, puntualità e profitto. Penso che la selezione debba essere fatta durante il percorso. Se io sono assiduo, volenteroso, studio ogni giorno della mia vita, butto il sangue, mi dimostro e sono appassionato alla materia, se conseguo una votazione minima soddisfacente e non vado fuori corso, allora posso proseguire. Se mi assento spesso, sono svogliato, ho scelto di fare il medico per tradizione e nepotismo, se a stento arrivo al 18, allora via, fuori, la medicina (ma qualsiasi altra facoltà) non fa per me. Naturalmente questo comporta che ci sia una serietà di fondo sia negli studenti che negli insegnanti, e, in genere, in tutto il sistema universitario: che poi la serietà in Italia sia appannaggio di pochi, bè, questo è un altro, triste discorso da fare.
Ancora: molti di coloro che non superano i quiz a Medicina si iscrivono a Biologia, la quale, per quasi tutti, diventa un ripiego. Il primo anno a Scienze Biologiche a Napoli era sovraffollato: a partire dal secondo anno già c'era una diminuzione di studenti. Il corso di Biologia viene sminuito, passa in serie “Z”, quasi come se questa disciplina così nobile, affascinante, fondamentale, sia da disprezzare, rispetto alla brillante Medicina. È chiaro che poi l'ateneo federiciano ha stabilito che anche la classe di Biologia debba essere chiusa. Troppi studenti, troppe matricole perdigiorno, che pensano non ci si debba impegnare a fondo anche per le Scienze Biologiche. Un andazzo. Non mi stupirebbe se anche Giurisprudenza un giorno sarà a numero chiuso per lo stesso motivo (e lì ce ne sarebbe bisogno).
Un altro motivo per sabotare il numero programmato: il proliferare dei corsi di preparazione per l'ammissione all'università, degli Alpha Test, delle lezioni specifiche messe a disposizione dagli atenei stessi: un giro enorme di affari e soldi, che non porta a nessun risultato concreto o soddisfacente.
Io non so come andrà il 7 settembre, giorno in cui dovrò affrontare il test per Scienze Biologiche: nel profondo spero di superare la prova, perchè (a parte fare l'attrice)grazie alla mia grande professoressa di scienze del liceo, mi piacerebbe tantissimo lavorare nella ricerca biologica in futuro. Pertanto auguro in bocca al lupo a me e a tutti coloro che a settembre si scontreranno con i quiz. E, soprattutto, auguro uno speciale in bocca al lupo alla mia amica Vittoria, che, lo spero più di quanto possa sperare di entrare in Accademia, sarà una brillante odontoiatra.

domenica 11 luglio 2010

Eclipse-Un film comico.

Giovedì otto luglio sono andata al cinema per vedere l'ultima trasposizione cinematografica della TWILIGHT SAGA: "Eclipse". Ora, devo ammettere che io faccio parte di quei milioni e milioni di fanciulle che sono state conquistate in tutto il mondo dalle storie improbabili (e non solo perchè trattano di vampiri e licantropi) di Bella-Edward-Jacob e che ho letto (e, ahimè, anche riletto) tutti i libri della serie. Sebbene riconosca che siano scritti male, che la storia ha lo spessore di un foglio di carta e che i protagonisti siano degli emeriti cretini, a me piace molto ogni libro della saga, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. Comunque, ritorniamo al film, che si è rivelato davvero deludente. Io non pretendo che a una storia mediocre corrisponda una traspozione da Oscar, ma non mi aspetto neanche che il prodotto cinematografico sia peggiore del romanzo. Innanzitutto le musiche non mi sono piaciute per niente: almeno "Twilight" e "New moon" avevano una splendida colonna sonora e uno score trascinante. In "Eclipse" pare si siano dimenticati di aggiungere un suono decente al film, anche solo per compensare il vuoto delle scene e dei dialoghi (peggiorati alquanto). Poi. L'espressività di Kristen Stewart (Bella) è davvero fenomenale. Da brividi. Mamma mia, al confronto un blocco di marmo è un attore professionista. L'unico movimento sul volto di quella ragazza si concentra sulle sopracciglia, che si sollevano e si abbassano continuamente (ricordando un po'il balletto di quelle di Emma Watson, anche lei evidentemente imparentata con Kristen Stewart, interprete di Hermione Granger in tutti gli Harry Potter). Ma non è solo l'espressività che fa di Kristen Stewart un'attrice di serie Z. Il grande problema è anche la sua doppiatrice italiana, la quale ha la capacità sorprendente di dire con lo stesso identico tono: EDWARD, SEI LA MIA UNICA RAGIONE DI VITA e OH MIO DIO, VICTORIA HA RIPRESO A CERCARMI! (per chi non lo sapesse, Victoria è una vampira rossa che vuole uccidere Bella per vendicare la morte del suo amato James, anch lui vampiro). Insomma, se Bella aveva ancora un briciolo di simpatia, dopo la terza trasposizione della saga posso solennemente affermare di odiarla.
Ma non è solo Kristen Stewart ad avere evidenti problemi di recitazione. Robert Pattinson, che per altro è uno dei pochi a poter essere definito "attore" in quel cast, ha sempre lo stesso sguardo concentrato e torvo, che comunemente viene associato a una persona che soffre di emicrania o stitichezza cronica (e scusate la volgarità). Probabilmente quella è la migliore versione dello sguardo "misterioso, affascinante e tenero" che Robert può offrire del tenebroso Edward. Personaggio che nel libro, per fortuna, non soffre nè di emicrania, nè di stitichezza cronica. Poi, una cosa che non sono mai riuscita a spiegarmi (pertanto sto studiando per ottenere una risposta convincente) è perchè diavolo Pattinson reciti sempre ponendosi di sbieco, con il corpo ruotato perennemente di tre quarti, come se soffrisse di paralisi ad una metà del corpo. In tutti e tre i film della TWILIGHT SAGA non ho mai potuto apprezzare una sola, minima, fuggevole inquadratura FRONTALE di Edward. Ormai, quando lo vedo sullo schermo, mi aspetto che cammini in diagonale. Per il resto, posso affermare per fortuna che almeno Edward ha un doppiatore decente, anzi, più che decente: il mitico, dalla voce fascinosissima, Stefano Crescentini.
Infine, arriviamo a Taylor Lautner, alias Jacob Black. L'unico pregio che mi sento di accordargli è che assomiglia davvero a un lupo. Per il resto, non posso che condividere pienamente l'affermazione di Edward, che in una scena di "Eclipse" dice: MA NON HA UNA CAMICIA? (questa è stata l'unica battuta del film che mi ha fatto davvero scompisciare dalle risate e tra le poche cose che non mi hanno fatto pentire di aver speso quattro euro e cinquanta di biglietto). Regista e sceneggiatori, infatti, hanno pensato bene che Lautner avrebbe dovuto mostrare in ogni nanosecondo del film i suoi pettorali, per cui, a mio parere, ad "Eclipse" può essere anche assegnato un sottotitolo: "Eclipse: ovvero, i pettorali di Taylor Lautner". Anche in questo caso possiamo concludere che molto probabilmente il doppiatore di Lautner è un robot appositamente creato per l'attore.
Il resto del film: i toni sono eccessivamente dark, Edward alla luce del sole assomiglia a un glitter, i membri della famiglia Cullen sono diventati improvvisamente brutti come il debito (Rosalie sembra verde dalla nausea e i capelli di Jasper sembrano essersi inesorabilmente arresi alla forza di gravità), i doppiatori sono quasi tutti impossibili da sentire, i dialoghi sono penosi (non che quelli degli altri film siano da premio Pulitzer, ma almeno riuscivi a seguire la storia). Mi sono piaciute solo alcune inquadrature (per altro viste e riviste in "Twilight" e "New Moon", come quelle della foresta dall'alto, la scena iniziale di Riley che viene vampirizzato e l'attore che interpreta lo stesso Riley (molto, molto carino). Per il resto "Eclipse" mi è piaciuto solo perchè mi sono fatta un sacco di risate, prendendo in giro tutti gli attori e le scene e rovesciando in senso parodistico tutto il film. Speriamo almeno che "Breaking Dawn" (il prossimo e ultimo film tratto dal quarto e ultimo libro della saga) sia paragonabile a "New moon" (che per il momento è il miglior film realizzato) o anche solo a "Twilight". Altrimenti, non importa: mi sarò assicurata un'altra marea di risate!

mercoledì 9 settembre 2009

Testimone d'accusa


Questo è uno di quei film che, un cinefilo più cinefilo di me, una volta che l'ha visto se ne innamora perdutamente. Un giallo pazzesco, con una struttura perfetta, degli attori eccezionali e una sceneggiatura brillante (sempre secondo il mio modesto parere).
Troviamo come protagonisti della storia Marlene Dietrich e Tyron Power: quest'ultimo viene accustao dell'omicidio di una signora sola, un po' stravagante. Assumerà la difesa di Power un avvocato/principe del foro, interpretato magistralmente da Charles Laughton. Chiedo scusa ai lettori se in questo momento non ricordo i nomi dei personaggi.
Di questo film straordianrio (a proposito, scusate un'altra mia mancanza, ho dimenticato di dirvi che il regista è BILLY WILDER) mi è rimasta impressa la forza dell'intreccio e, soprattutto, l'interpretazione della Dietrich e di Laughton. Lei è algida, bellissima, ma assume un'espressione costante di superbo disprezzo, con la quale strappa agli spettatori epiteti non molto cortesi, rivolti al suo personaggio. Eppure, la freddezza della Dietrich sembra sovrastare tutti quelli che le sono attorno: bellissima è la scena in cui ella è chiamata a testimoniare in tribunale. Quando entra e giura sul banco di dire la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità, sembra che la sua personalità esca fuori dallo schermo, sembra che lei sia davanti a te, bella e stronza.
Charles Laughton è bravissimo: il suo è un personaggio che mi è piaciuto molto, il tipo di avvocato che ama la sua professione, ma che considera la vita sempre con pesante ironia (che talvolta sfocia nel sarcasmo). Un personaggio che riesce più che simpatico, soprattutto quando litiga con la mitica infermiera (anche lei SUPERLATIVA), che vuole costringerlo a letto, perchè reduce da un infarto. Ma NO, Laughton si è ormai interessato a questo nuovo caso, non vuole saperne di mettersi a letto e di bere cacao. Lui adora i sigari e il brandy e ha una passione per le cause più complicate da risolvere. Dunque assume la difesa di Power, che ci appare come un romantico signore, innamoratissimo della moglie, un innocente che vede in frantumi il proprio futuro.
La sequenza del tribunale occupa praticamente più della metà del film, ma lo spettatore non si annoia, anzi è interessato più che mai alle arringhe della difesa e dell'accusa, è intrappolato nella rete dell'intrigo e, anche volendo, non può districarsi da essa prima della fine. I dialoghi serrati, ritmati, incalzanti, ma mai banali o poveri di comicità brillante, i personaggi così ben caratterizzati, tutto contribuisce alla perfezione di questa pellicola. Anche le figure secondarie (una donna tra il pubblico del tribunale, una cameriera) hanno una potenza straordinaria e catturano gelosamente l'attenzione dello spettatore. Ogni parola è preziosa, ogni inquadratura un gioiello. E il finale fa un po' da ciliegiona della torta.
So che molti che leggeranno questa recensione scombinata e priva di dettagli tecnici potranno giudicare il mio entusiasmo piuttosto sciocco, infantile: tuttavia, stasera ho sentito l'impulso di scrivere di getto un commento su uno dei tantissimi, innumerevoli film a cui voglio bene.

Buonanotte ,
LAURA

venerdì 4 settembre 2009

Colazione da Tiffany

Finalmente una di queste sere ho avuto il piacere di vedere questo film che ha fatto di Audrey Hepburn una vera e propria icona del cinema. La storia è quella di Holly, una ragazza stravagante, che, per mantenersi, fa la prostituta d'alto bordo. Un giorno nel suo palazzo incontra un giovane scrittore, il quale, pian piano, viene affascinato dalla fresca "follia"Holly, finendo con l'innamorarsene.
Holly ricambia il sentimento, ma allo stesso tempo è decisa a sposare un ricco sudamericano del quale sa poco e niente. La morte dell'amatissimo fratello, la spinge a prendere una decisione definitiva: sposerà il sudamericano. Mentre Holly è in taxi, diretta all'aereoporto, lo scrittore la raggiunge e le dice queste testuali, bellissime e famosissime parole:
"Vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora, che si deve appartenere a qualcuno, perché questa è la sola maniera di poter essere felici. Tu ti consideri uno spirito libero, un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai, in qualunque parte del mondo tu cerchi di fuggire, perché non importa dove tu corra, finirai sempre per imbatterti in te stessa."

La scena si chiude sotto la pioggia con un abbraccio tra i due e un gatto come spettatore.
Il film è MAGICO, ma è Audrey Hepburn a renderlo tale. Con il suo stile, la sua eleganza raffinata, la sua figuretta simpatica, il suo carattere folle e infelice al tempo stesso, fa sì che questa sua interpretazione di "Holly" la consacri ad Diva del cinema. Perfetta in tutto, non dimenticherete facilmente la scena iniziale, nella quale fa colazione davanti le vetrine della gioielleria "Tiffany" (da lei adorata), nè quella in cui, seduta malinconicamente alla finestra, suona con la chitarra la famosissima canzone "Moon River".

martedì 11 agosto 2009

Il favoloso mondo di Ameliè








Questo film l'ho visto un paio di mesi fa per la prima volta e devo dire che è stato una piacevolissima sorpresa. Da un po'di tempo avevo intenzione di vederlo, dato che ne avevo sentito parlare molto bene, e a ragione.
La protagonista si chiama Ameliè ed è una ragazza francese che di professione fa la cameriera al Cafè Les Deux Moulins a Monmartre (Parigi). Ameliè è una ragazza semplice: le piace tuffare le dita in un sacco di legumi, rompere la crosta della crème brulè col cucchiaino e far rimbalzare i sassi nel canale San Martin.
La vita di Ameliè viene letteralmente sconvolta il 31 agosto 1997, quando, per caso, trova, nascosta dietro una mattonella nel muro di casa sua, una scatolina di giochi appartenuta ad un bambino circa cinquant'anni prima. La ragazza, dunque, decide di rintracciare a tutti i costi il proprietario del tesoro appena trovato, per restituirglielo. Veniamo così a conoscenza del microcosmo in cui vive Ameliè: c'è il droghiere Colignon, arrogante e antipatico, che maltratta costantemente il suo garzone Lucienne, dolce ragazzo, attento alle piccole cose; c'è "l'uomo di vetro", che ha le ossa molto fragili e non esce mai di casa, dove si dedica alla realizzazione di quadri copiati da Renoir. Infine, ci imbattiamo in Dominique Bretodou (non so se si scrive così), il proprietario della scatola di giochi, che, mentre si reca al mercato, si sente chiamare da una piccola cabina telefonica, nella quale trova il suo tesoro perduto. Ameliè è riuscita nel suo intento.
Da questo momento in poi, la ragazza decide di dedicarsi agli altri e di aiutare (per quanto può) chiunque abbia bisogno di lei. E così offre la sua mano ad un cieco, al padre (aiutandolo a viaggiare), alle sue colleghe del caffè. Infine, troverà anche lei aiuto nell'Uomo di Vetro, che la spinge a dichiarare tutta se stessa a Nino, un ragazzo semplice e sognatore come lei, con il quale coronerà il suo sogno d'amore.
"Il favoloso mondo di Ameliè"si caratterizza per la bellezza della fotografia, per la luce ed i colori molto particolari, per i personaggi che si incontrano e, in ultimo, per la splendida colonna sonora realizzata ed eseguita da Yann Thiersen, che confeziona un piccolo capolovoro.
Mi ha colpito molto la scena che si svolge al Sacrè Coeur, dove Ameliè restituisce, attraverso un complesso e delizioso espediente, l'album di fototessere a Nino, senza fargli sapere che è lei la fatina che ha ritrovato quello che per lui è "un album di famiglia".
Simpatici sono gli avventori del "Deux Moulins": Joseph, l'amante respinto dalla divertente cameriera Gina; Hypolitò, lo scrittore fallito, che riesce a far leggere i suoi libri solo alla signora Suzanne (la padrona del bar) e, naturalmente, ad Ameliè.
Un uso curioso ed incisivo degli effetti speciali si riscontra nella scena in cui Ameliè si scioglie letteralmente in una pozza d'acqua quando vede uscire dal caffè il suo Nino, al quale aveva dato appuntamento, senza aver avuto il coraggio di presentarsi.
Ma la scena più bella, quella che mi ha riempito il cuore, è stata l'ultima: Ameliè, finalmente,vince la sua timidezza, si decide ad aiutare se stessa, e si rivela a Nino: la sequenza di bacini che si scambiano i due, prima di evolvere FINALMENTE verso il bacio finale, è troppo dolce.
Infine, molto bella è anche la carrellata di immagini finali, che ci mostrano i due ragazzi che corrono spensierati per le strade parigine, ripercorrendo un po' i luoghi dei loro incontri.
"Il favoloso mondo di Ameliè"è quello che io chiamo "un piccolo capolavoro": ogni scena è curata nei minimi particolari, ogni inquadratura mostra la semplicità e la bellezza delle cose più comuni. Del resto, la stessa Ameliè è una ragazza semplice, dolce, che sa apprezzare la vita nella sua sobrietà, come ci mostra ogni volta il film, che, in effetti, racconta la realtà vista dagli occhi della stessa protagonista.